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Il diavolo non veste più Prada, veste la mediocrità di un feed di TikTok

Quando Il diavolo veste Prada arrivò nel 2006, non era soltanto un film sulla moda. Era un film sul lavoro, sull’ambizione, sulla gerarchia e su un tipo di autorità che allora appariva ancora riconoscibile: quella di un ufficio, di una redazione, di una persona capace di decidere il gusto altrui con uno sguardo. Il sequel, uscito il 29 aprile 2026, riporta in scena proprio quel mondo, con lo stesso nucleo creativo del film originario (David Frankel alla regia, Aline Brosh McKenna alla sceneggiatura, Meryl Streep, Anne Hathaway, Emily Blunt e Stanley Tucci di nuovo insieme) ma lo colloca dentro un ecosistema diverso, in cui l’editoria è in continua trasformazione ed Emily, non più una semplice assistente, è divenuta ora una figura di potere nel «retail di lusso».

È qui che il film diventa interessante oltre l’intrattenimento. Il primo Il diavolo veste Prada era ambientato in un mondo ancora governato da rituali materiali: la consegna del «Book», la sala riunioni, la pressione della presenza fisica, la disciplina, la puntualità. Anche se la storia era fiction, la sua forza veniva da una matrice molto concreta: il romanzo di Lauren Weisberger era stato ispirato dal suo lavoro come assistente di Anna Wintour a Vogue. Oggi, invece, il sequel racconta un ambiente in cui il potere si esercita sì dentro una redazione ma soprattutto si diffonde lungo una filiera più ampia: media, luxury brand, immagine, piattaforme, reputazione digitale. È la differenza tra un’epoca in cui il prestigio era reale e si concentrava in pochi luoghi e una in cui il prestigio è ostentato ovunque e quindi anche più svalutato.

Nel 2006, il prestigio aveva ancora una densità quasi fisica. Bastava entrare nel perimetro di Runway per capire come lì le cose contassero più delle opinioni: un abito, una copertina, una scelta editoriale. Oggi il prestigio vive in un ambiente molto più instabile. Non è scomparso, si è disperso. La moda non parla più soltanto attraverso riviste e passerelle, ma attraverso feed, stories, creator, inserzionisti, dati e algoritmi. La conseguenza è semplice e profondissima: il gusto non si forma più solo nella verticalità dell’autorità ma nella circolazione continua dell’attenzione. E l’attenzione, per sua natura, premia la rapidità più della qualità.

Insomma, il sequel può essere letto come un vero specchio della società contemporanea: non tanto perché racconti “il digitale” in modo didascalico quanto più perché mette in scena una trasformazione culturale più ampia: il passaggio da un’economia dell’accesso a un’economia della visibilità. Il punto è non solo che tutto debba essere online, è che tutto deve essere immediatamente leggibile, condivisibile e stimolante. Nella società del 2026, un’immagine vale spesso più di un’idea e, soprattutto, deve funzionare in tempi brevissimi. Il contenuto deve attrarre, trattenere, convincere e farlo senza chiedere nulla allo spettatore.

In questo scenario, da mero supporto nostalgico la carta diventa il simbolo di una resistenza alla logica della scomparsa. I dati più recenti sul consumo di notizie mostrano che i media digitali restano di gran lunga il canale dominante, mentre stampa e pubblicazioni cartacee hanno un peso marginale; nel 2025, solo il 7% degli adulti statunitensi dichiarava di informarsi spesso tramite giornali o magazine stampati. Il Reuters Institute, inoltre, descrive un’accelerazione verso social media e piattaforme video che riduce l’influenza del giornalismo istituzionale. Questo non significa che il digitale sia “inferiore” in assoluto, però evidenzia come questo abbia introdotto un nuovo criterio di valore: ciò che non genera “movimento” tende a essere trattato come irrilevante. Ecco perché il ritorno de Il diavolo veste Prada funziona: è sia nostalgia per il passato sia diagnosi del presente.

Il confronto con il film del 2006 è rivelatore anche sul piano morale: nel primo capitolo la durezza del sistema era brutale, talvolta persino caricaturale, ma almeno era leggibile, si capiva chi comandava, chi obbediva, chi pagava il prezzo dell’ambizione; oggi il potere si presenta in forma più morbida, più sorridente, più “umana” e, proprio per questo, può risultare più invasivo. L’ordine non arriva più solo come comando, arriva come invito a ottimizzarsi. Non si dice più «devi soffrire» bensì «devi valorizzarti», «devi essere la tua versione migliore», «devi curarti». Il risultato è un sistema che conserva la pressione rendendola socialmente più accettabile. È una forma di coercizione meno visibile e quindi, in certi casi, più efficace.

Da questo punto di vista, il sequel parla molto anche del lavoro contemporaneo. Nel 2006, il lavoro nel settore della moda, specie in Runaway, era una prova di resistenza spesso ai limiti dell’umiliazione. Oggi, la pressione professionale si è spostata verso un’altra forma di esaurimento: la reperibilità continua, la performance costante, la necessità di essere sempre presenti e sempre leggibili. L’ufficio non è più soltanto un luogo, è una condizione mentale che ti accompagna ovunque. Il telefono ha sostituito la redazione come spazio di controllo. Si risponde sempre, si aggiorna sempre, si posta sempre. La professionalità, nel frattempo, viene spesso confusa con la disponibilità assoluta. In questo senso, Il diavolo veste Prada 2 non parla solo di moda: parla di come il lavoro si sia infiltrato nella vita privata molto più di prima, anche quando finge di essere flessibile, “smart” e umano.

C’è poi un altro elemento decisivo: il modo in cui il sequel redistribuisce i ruoli di potere. Miranda è ora raffigurata come una direttrice che deve confrontarsi con un’industria editoriale instabile, Andy come una donna più matura e sicura di sé ed Emily come una figura ormai affermata nel lusso. Questo spostamento è importante perché racconta una realtà molto contemporanea: il prestigio non coincide più con il posto che occupi, ma con la capacità di attraversare più mondi. Le vecchie categorie (redazione, ufficio, brand, stampa) si sono fuse. Il capitale simbolico oggi passa da un comparto all’altro con facilità, ma anche con maggiore volubilità. È possibile essere influenti senza essere centrali ed essere centrali senza essere davvero autorevoli.

Per questo, il film, se letto bene, non rappresenta solo il ritorno di un’icona pop. È la prova di quanto la società sia cambiata al punto da rendere necessario un sequel che non si limiti a replicare l’originale. Se nel 2006 l’obiettivo era entrare nel sistema, nel 2026 l’obiettivo è non esserne divorati. Questa differenza dice molto sul nostro tempo: abbiamo costruito un mondo più accessibile, più veloce, più democratico nella superficie, ma anche più frammentato, più nervoso e più dipendente da metriche che ci promettono chiarezza mentre producono solo rumore. La modernità non ci chiede più di servire un solo padrone; ci chiede di piacere a tutti, continuamente.

Ed è qui che Il diavolo veste Prada 2 può diventare uno specchio utile, persino necessario. Ci costringe a vedere ciò che abbiamo guadagnato e ciò che abbiamo perso. Abbiamo guadagnato accesso, velocità, moltiplicazione delle voci e dei punti di vista; abbiamo perso l’importanza della forma, la lentezza della selezione, il peso dei luoghi in cui il gusto veniva davvero costruito. Il film ci ricorda che ogni sistema di comunicazione produce anche un sistema di valori e che, quando tutto diventa contenuto, anche il contenuto più elegante rischia di perdere consistenza.

Forse è per questo che il sequel interessa tanto: perché, sotto la superficie glamour, racconta la fatica di vivere in un’epoca che ha trasformato ogni cosa in immagine e ogni immagine in misura di successo. Non è una critica alla moda in quanto tale, è una critica a una civiltà che ha reso la visibilità più importante della sostanza. E se il primo film ci mostrava l’ingresso nel tempio, il secondo ci mostra cosa resta quando il tempio è stato smaterializzato: una rete di schermi, reputazioni e desideri da aggiornare in tempo reale. Il vero diavolo, oggi, non veste più Prada; veste l’immediatezza e la mediocrità di un feed di TikTok.

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Immagine in copertina: David Frankel, Il diavolo veste Prada 2, 2026. Scena del film.

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