Nella gelida notte di un gennaio cortinese, un alpinista solitario affronta la Tofana di Mezzo. Dalla finestra di un albergo, un annoiato ospite osserva gli strani movimenti di un puntino di luce proveniente dalla facciata della montagna.

Una sera così fredda non si vedeva da tempo. Almeno avesse nevicato! Invece no, niente. Le speranze che dipingevano capodanno immerso in una profondissima coltre bianca erano svanite in un attimo quando i modelli matematici avevano mostrato le perturbazioni muoversi verso sud, sugli Appennini. Invece, una massa d’aria artica era velocemente discesa da nord est, incuneandosi nelle valli alpine e avvolgendo ogni cosa in un gelo che toglieva il respiro.
Almeno stanno sparando, pensò, osservando in lontananza il Col Druscè dalla finestra della sua camera d’albergo. Non lo vedeva bene, nascosto com’era dagli altri tetti di Cortina, ma sforzandosi un po’ poteva scorgere la pista che si faceva strada tra gli alberi scuri. I pennacchi bianchi sbuffavano senza sosta alla fioca luce dei cannoni da innevamento. Sfruttavano a più non posso quel magico momento freddo: era manna dal cielo per le piste, ridotte a strisce dure in mezzo al marrone.
Fuori la sera era magnifica, se non altro. Il cielo era limpido, con quella nitidezza che solo il freddo assoluto può dare. L’aria immobile, in un silenzio rotto dal vociare della gente in Corso Italia. Le signore si stringevano nelle loro pellicce fuori dai ristoranti, pronte a rincasare. Il grattare degli scarponi contro i sanpietrini accompagnava la camminata barcollante di qualche sciatore di ritorno da un après-ski durato troppo a lungo.
Sogghignò, stringendosi nel suo maglione. Era una normale serata cortinese di inizio gennaio, bellissima. Alzò lo sguardo: tante stelle, nonostante le luci del paese attorno a lui. Dopo poco però, queste finivano inghiottite in una coltre scura, più impenetrabile del velluto notturno. Il profilo delle Tofane troneggiava sul paese di Cortina d’Ampezzo come una gigantesca coperta nera pronta a calare. Anche questo non era facile da vedere, solo indugiando un po’. Ma chi lo faceva in una serata così?
Si soffermò su quelle linee scure, studiandone i contorni. Cercò il triangolo inclinato della Tofana di Rozes, sulla sinistra. Poi lo Sciuss di Pomedes, la mitica pista olimpica, con le luci dei gatti che brillavano flebilmente. Dopo, il corpo centrale della Tofana di Mezzo e infine quella di Dentro, più arrotondata, arretrata, proprio come il nome suggeriva.
Un accenno di sorriso comparve sul suo volto, fiero di essere riuscito a tracciare quei profili anche in una notte così scura. Gli occhi però scattarono indietro quasi in automatico, come un sensore che rileva un errore. C’era qualcosa che non tornava in quel quadro. Una luce, una sola. Un puntino luminoso nel nero oscuro.
Avvicinò il volto alla finestra così tanto che il vetro gelido si appannò immediatamente. Quella luce era troppo in alto. Cos’era? Non c’erano rifugi lassù. Sbatté gli occhi più volte: forse un aereo? Non li aveva tracciati così bene quei contorni se era andato così in alto con l’immaginazione. Ma no, la sagoma era chiara. Sapeva bene a che quota guardare: lo faceva da sempre, da quando i suoi occhi di bambino di tre anni si erano posati per la prima volta su quel massiccio. Per tutte le volte che aveva tracciato quelle linee sulla carta a scuola, solo per passare il tempo.
Trattenne il respiro, la mano appoggiata al vetro ghiacciato. Fissandola si accorse che quella luce tremolava piano: sembrava viva, ma con una lentezza che non riusciva a comprendere.
***
La roccia delle montagne non è muta. Urla, stride, sibila, e nel farlo risponde a una domanda. Perché ad ogni montagna, un uomo sa che va chiesto il permesso. Tu le appartieni, fintanto che non poggi l’ultimo passo a valle. E quella sera, lui chiedeva il permesso alla Tofana di Mezzo. La roccia dolomitica è capricciosa, friabile. Non ha mai risposto bene quando le si pianta un chiodo, o si infila un friend.
Una piccola tensione sulla corda sfilò l’appiglio dalla fessura. Un ghigno si materializzò sotto la barba bianca dal gelo: fino a quel momento, la risposta non sembrava incoraggiante. Si voltò lentamente per riposare qualche istante: sotto di lui, il bianco dell’altopiano di Ra Valles rifletteva flebilmente la luce della sua torcia frontale. Il rifugio sotto di lui era chiuso quella sera; meglio, meno occhi indiscreti. Quello che di giorno era un luogo di svago per sciatori, quella notte era un deserto lunare. Il ferro scuro dei piloni degli impianti squarciava minacciosamente quella distesa, come denti neri.
Aveva risalito la Forcella Rossa sci ai piedi, poi la pista del Bus de Tofana lassù, a Ra Valles, completamente al buio. Si era lasciato il resto dell’umanità alle spalle, sotto di lui, attratto da una forza magnetica verso ciò che ora lo rifiutava. Il corpo della Tofana di Mezzo si incastrava nell’altopiano pendente come un grosso blocco monolitico: un panettone a cui avevano mozzato i lati con una lama affilata. La luce della lampada illuminava i primi balzi della parete est, a picco sulla valle detritica sottostante.
Batté ripetutamente le mani, cercando di scaldarle. Lo sfregare della pelle dei guanti riempì il silenzio di quel luogo alieno. Non era una buona idea stare fermo troppo a lungo: se le letture dalla vetta erano corrette, si trovava a circa venti gradi sotto zero. Alzò lo sguardo al cielo fino a farsi venire le vertigini: cercava i cavi della funivia che raggiungevano la cima, ma vederli era come trovare un ago in un pagliaio in una notte come quella.
Il nome della prima funivia di Cortina, Freccia nel Cielo, era qualcosa di decisamente evocativo. Quale altro impianto a fune poteva paragonarsi? Guardò la stazione a monte, un punto nero sulla faccia verticale del monolite che incombeva minaccioso: forse anche lui era una freccia dopotutto. Lanciata nella notte, cieca, verso l’alto.
Deglutì. Sentì gli occhi della Tofana addosso. Lo stava osservando, ne era certo. Non che ci fosse qualcun altro da guardare, lassù. Cercò di tastare un’altra fessura attraverso il guanto, doveva essercene una buona. Poca neve e tanto freddo, le condizioni peggiori. Un misto brutto, poco ghiaccio dove non serviva.
Alla fine la trovò. Il friend scattò all’interno con il suo click, e finalmente poté riprendere a muoversi. Il tintinnio dei moschettoni e il gracchiare dei ramponi che mordevano riprese ritmico. Una melodia che nessun altro poteva udire.
Guadagnava metro dopo metro, lento ma inesorabile. C’erano altre vie per la cima, e nessuno avrebbe mai pensato alla parete est, d’inverno, di notte. Seguire la ferrata Aglio sarebbe stata la scelta più saggia, ma che senso avrebbe avuto? Sarebbe potuto salire alla luce del sole, ma che senso avrebbe avuto?
Uno stridio riempì la parete est. Il rampone grattava contro la roccia, cercando quella poca neve levigata dal vento. Il respiro corto, il cuore accelerò. Poi il rassicurante scrocchiare tornò come prima. Forse lei non lo voleva lì.
Raggiunse una cengia a mezz’altezza, ormai da più di un’ora in parete. Guardò le luci di Cortina sotto di lui, lontane come tante lucciole in una notte di pioggia. Il vento aveva preso a soffiare leggermente lungo il pilastro centrale della Tofana di Mezzo, levigandolo con un freddo ruvido e tagliente. Quei pochi frammenti di viso esposti bruciavano.
Si tolse il guscio in goretex del guanto destro, sfiorando la nuda roccia. Lei rispose con un brivido gelido che risalì lungo il suo braccio, mordendo la pelle come una lama sottile. Un camino sopra di lui sembrava essere la via più logica. Doveva solo sperare che quella neve disperatamente aggrappata lassù fosse abbastanza dura: quel grigio argenteo misto al nero della pietra lo guidava verso il cielo.
Provò a piantare il dente del rampone. La neve si staccò, rotolando sulla piccola cengia e poi precipitando verso valle in tante palline ghiacciate, inghiottita dall’oscurità. Quel ticchettio dei frammenti sembrava il rumore dei domino che cadono, uno dietro l’altro.
Rimase a fissare quella via che lo chiamava verso l’alto. Perché gliela mostrava così, se poi non voleva che la salisse? Gli stava chiedendo cosa ci facesse lì, perché rischiare così tanto?
La sagoma scura della Tofana Di Dentro si stagliava sul fianco della parete, più arrotondata e rassicurante. Chiuse gli occhi, l’immagine di quel bambino che disegnava le montagne gli apparve in mente. Non gli importava del mare cristallino davanti a lui, era solo stregato da quelle forme verticali lontane migliaia di chilometri. Non esistono! gli dicevano; le risate degli altri bambini si mescolarono al fischiare del vento. Chi poteva capirlo?
Riaprì gli occhi. Afferrò una sporgenza e si tirò a forza di braccia con un lamento sottile. Un altro colpo, il rampone morse scrocchiando. Espirò, adesso circondato dai muri del camino. Sopra di lui poteva vedere solo un fazzoletto di cielo, poche stelle racchiuse tra la roccia. Fece per muoversi di nuovo, e uno sferragliare stridente risalì la fessura. Il friend penzolava tra le sue gambe. Perché sei qui?
Respirò affannosamente. L’aria gelida gli azzannava i polmoni. Il vento sembrava aumentato, il freddo era sempre più terribile. Gli arti cominciarono a tremare. Si guardò attorno lentamente, abbracciato dalla roccia. Io sono qui, perché tu sei qui.
***
Quella lentezza esasperante aveva portato la lucina sempre più in alto. Continuava a guardarla ipnotizzato mentre tremolava duemila metri più su. Disegnava delle linee spezzate sotto la sagoma della grande Tofana. A guardarla da lì, inclinata com’era, dava un senso di vertigine.
Poi, all’improvviso, si ritrasse dal vetro della finestra, come se fosse diventato incandescente. La luce si era mossa, veloce come non mai, sprofondando verso il basso. E così come era comparsa, sparì, inghiottita nella coltre nera della grande montagna.
Sbatté le palpebre più volte, ammutolito. Tornò a scrutare il profilo della vetta, chiedendosi quasi se quella luce fosse esistita davvero. Tutto era tornato come prima, le sagome delle montagne immacolate come sempre.
Scrollò le spalle con un colpo di tosse. Diede un ultimo sguardo fuori. Per un istante gli sembrò che i rumori di Cortina non ci fossero più: un silenzio sordo riempì la sua mente, mentre quella gigantesca sagoma nera lo scrutava dall’alto. Chinò il capo, istintivamente. Si passò una mano sulla fronte, sentendosi un po’ sciocco. Prese le chiavi della camera e scese a cena.
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