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Il sesto linguaggio dell’amore

Ci sono piatti che ti abbracciano senza dire nulla. Una scarpetta nel sugo in una giornata triste, uno spaghetto alle vongole con un bicchiere di vino bianco in riva al mare, una fetta di torta tiepida quando fuori fa freddo, un gelato in una sera d’estate. Si allevia tutto: la tensione, la stanchezza, i pensieri. Le parole e le preoccupazioni diventano superflue, a parlare ci sono solo le sensazioni, le reazioni dei nostri sensi, gli stimoli che arrivano al nostro cervello. Il cibo è un gesto che parla, che colma, che stupisce. Il cibo è un linguaggio d’amore perché è in grado di legare come nient’altro. Il piacere che si prova davanti a un piatto è un’esperienza condivisa, un terreno neutro che azzera differenze sociali, culturali o caratteriali. Cucinare per qualcuno è un vero e proprio atto di dedizione. Ci si mette a nudo, ci si dedica completamente all’altra persona, si cerca in ogni modo di stupire.

In tutte le culture, la tavola è il primo punto di incontro. Che sia un tappeto in una casa marocchina, una tavola imbandita in un agriturismo toscano, o un bancone da ramen a Tokyo, non cambia: mangiare insieme è un atto sacro. Ci si guarda, ci si racconta, si lascia andare il tempo. Si entra nel ritmo lento e sincero delle cose che contano. Si lascia che siano le sensazioni ad essere la virgola delle conversazioni. Ci si abbandona alla goliardia dei sapori.

Il cibo, poi, è intrinsecamente legato al piacere. Condividono la stessa radice: il corpo, la pelle, la sensazione. Come dice Mauro Uliassi, chef che condivide una visione di cucina estremamente affascinante, il cibo, come il piacere, è un modo per far star bene le persone che amiamo. Non si tratta solo di saziare. Si tratta di accendere i sensi, di toccare corde profonde. In entrambi i casi, si ascolta, si interpreta, si risponde. Cucinare per gli altri è un atto di amore, ci si concede completamente, ci si abbandona. Si cucina per suscitare piacere nell’altra persona, per scaturire ricordi, sensazioni, emozioni. Si va a sollecitare dei piccoli angoli nascosti del nostro cervello che vengono riaccesi grazie a quello che mangiamo. Uliassi racconta sempre che ha conquistato la moglie cucinando per lei al suo compleanno, sottolineando come la cucina sia stata il legante, il veicolo di espressione del suo amore. Prendere le persone per la gola permette di fare leva sull’intimità di ognuno di noi, sul ricordo che stimola i nostri circuiti celebrali l’assaggio di un particolare ingrediente. Il gusto e l’olfatto sono sensi spesso secondari, tuttavia hanno il potere di far rivivere in maniera vivida e chiarissima i ricordi, le sensazioni passate e di far scoprire stimolazioni future, nuove, che ti invaghiscono. Come in Chocolat, pellicola che per eccellenza sottolinea il filo rosso tra cibo e piacere, dove il cioccolato di Vianne risveglia il desiderio e la passione degli abitanti del piccolo villaggio francese, diventando un veicolo per raggiungere la felicità e uscire dagli schemi.

La cucina è poi dinamismo, assenza di staticità, fermentazione. Chef come Anthony Genovese, patron del Pagliaccio, due stelle Michelin a Roma, vivono di mescolanze, fusioni, incroci e soprattutto assenza di schemi. Genovese racconta sempre dello scetticismo che invadeva il suo ristorante agli albori del Pagliaccio. Ma poi, grazie ai suoi piatti, che parlano da soli, ha dimostrato quanto la contaminazione sia generativa, creativa, fertile. La cultura giapponese si intreccia con la cultura italiana, principalmente calabrese, dando vita a piatti che scioccano, invogliano a volerne ancora, ti rendono aperto al rischio. E ancora una volta il cibo diventa fonte di conoscenza, apertura mentale ed esplorazione. Diventa per tanti il mezzo attraverso cui esprimersi liberamente, sperimentando e facendo parlare quello che c’è nel piatto.

Ecco il punto: il cibo è una forma d’amore. La sesta, forse. Quella che non sempre viene nominata, ma che tutti sentiamo. Quella che ti fa sorridere quando si riceve un invito a cena, quella che fa staccare la testa dal ritmo serrato delle giornate, quella che viene usata come mezzo per avvicinarsi a nuove culture e nuovi mondi. Il mio invito è questo: abbasare le barriere, lasciarsi sorprendere, assaggiare cose nuove, nuove anche solo per la propria idea di cucina. Lasciare che siano gli ingredienti a guidarci, con la loro stagionalità e le loro caratteristiche univoche. Sfruttare quello che mangiare può significare per noi: amare e scoprire. Ritrovarsi intorno ad una tavola e sentirsi sollevati, condividendo pietanze e credano legami. Perché ogni volta che mangi, hai la possibilità di conoscere chi ha cucinato, di sentire cosa ha voluto dirti. Che sia un’anziana signora in un’osteria di paese o uno chef che osa con ingredienti mai visti, ogni piatto può essere un gesto d’amore: sta a noi riconoscerlo.
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Immagine in copertina: Lasse Hallström, “Chocolat”, 2000. Poster promozionale del film.

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